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Dr. Michele de Leo
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Operare? Di rado serve

La chirurgia risolve poco. E i farmaci tolgono solo il dolore. Perché questo male non è un problema fisico isolato. La vera cura deve coinvolgere l'individuo, non fermarsi al sintomo.

Arriva d'un tratto per un movimento brusco o si accumula nel tempo per una postura sbagliata. Colpisce implacabile almeno una volta nella vita sette adulti su dieci. E gli esperti dicono che il mal di schiena è sempre più precoce. Sintomo generico che comprende una varietà di disturbi: dolori in regione lombare cronici e acuti, così acuti da meritargli il nome di «colpo della strega», rigidità dei movimenti, difficoltà a flettersi e compiere torsioni, dolori lungo gli arti inferiori (sciatalgia). Sintomo per il quale vengono consultati con crescente frequenza neurologi, ortopedici, medici generici. Tra i malanni per i quali si entra in un ambulatorio è all'ottavo posto, viene prima di febbre, dermatiti, mal di testa e check-up.

Molti studi sottolineano come, nonostante le enormi spese per interventi, massaggi, agopuntura, manipolazioni, biofeedback, esercizi fisici, antinfiammatori, miorilassanti, infiltrazioni con cortisonici e ogni altro rimedio, i risultati siano deludenti. Le cause del dolore lombare e sciatico sono molte, tra queste l'ernia del disco lombare: il disco lascia la sua sede abituale, si affaccia nel canale vertebrale e comprime le radici nervose. Il trattamento è spesso chirurgico e prevede la rimozione del tessuto discale erniato. Ci sono pazienti che traggono sollievo immediato dal dolore con l'intervento, altri no. «La storia naturale della malattia è spesso favorevole, il dolore scompare nel tempo e senza le complicazioni che ogni intervento chirurgico comporta. Chi riesce a gestire il dolore guarisce senza operazione. Ma è raro che un paziente voglia aspettare» dice Francesco Malerba, primario di ortopedia e traumatologia al Galeazzi di Milano.

Il dolore da ernia discale, oltre alla compressione del tessuto erniato sulla radice nervosa, è anche dovuto alla reazione infiammatoria che si sviluppa localmente. «La si può controllare farmacologicamente con una diminuzione netta del dolore. Non solo, nel tempo il tessuto erniato perde di volume, si asciuga e comprime meno le radici nervose. Quindi, se i sintomi lo consentono e non compaiono danni neurologici periferici, il consiglio è attendere» spiega Malerba. «I dati dicono che nel 90 per cento dei casi c'è un miglioramento nel giro di quattro settimane senza intervenire chirurgicamente e controllando il dolore con farmaci, fisioterapia, massaggi. Il 20 per cento, se non si risolve dopo questo periodo, ricorre all'intervento: in totale tre persone su dieci vanno in sala operatoria» dice Salvatore Caserta, primario ortopedico chirurgo al Gaetano Pini di Milano e presidente della Società di chirurgia vertebrale italiana. «A meno che non ci siano danni neurologici evidenti, è bene prendere tempo ed evitare atteggiamenti chirurgici aggressivi».

Oggi pare di assistere a un moltiplicarsi di disturbi della colonna vertebrale. Non sempre è un trauma diretto, un incidente, una caduta o un gesto a mandare in tilt questo prodigio architettonico. E non sempre le anomalie dei dischi (protrusioni, schiacciamenti, ernie), viste con le moderne tecniche diagnostiche, sono all'origine del problema. «Ora le si cerca di più. Per esempio, con risonanza magnetica (rm) o tac, quando sarebbe la radiografia il primo passo» commenta Malerba. Eppure, non è detto che sottoponendosi a risonanza magnetica migliori l'evoluzione del mal di schiena. In uno studio apparso su Jama, 380 pazienti sono stati assegnati alla rm o ai raggi X, che rivelano tumori o fratture ma non anomalie dei dischi. La metà dei sottoposti a rm per immagini presentava malformazioni dei dischi e ha finito per fare più visite mediche, più trattamenti con fisioterapia, agopuntura, massaggi, manipolazioni chiropratiche, perfino più interventi chirurgici. Sebbene fossero contenti delle cure, non hanno ottenuto risultati migliori per la loro schiena rispetto a chi aveva fatto solo i raggi X.

«A volte mi chiedo se l'ernia del disco è veramente una malattia» ironizza Malerba. Le ricerche insistono sulla multifattorialità del mal di schiena. «Interferenze strutturali, disfunzionali, posturali, chimiche e perfino emotive possono cambiare la dinamica vertebrale. E dipendono dai messaggi che dal mondo esterno arrivano a muscoli e nervi, elementi attivi di questo insieme di ingranaggi altrimenti statico» riflette Brice David, chiropratico esperto in kinesiologia applicata al Centro San Rocco di Como. Il mal di schiena, avverte l'Oms, non è un problema fisico isolato, ma va associato a fattori sociali, psicologici e lavorativi: stress, preoccupazioni, ansia. E solo intervenendo su comportamenti e stile di vita, scrive l'Oms in un documento, si può prevenire in modo efficace lo sviluppo del dolore cronico di schiena.

La colonna vertebrale sopporta ogni giorno carichi notevoli. C'è il peso del corpo, ma anche le sollecitazioni di ogni movimento, di ogni attività quotidiana dal momento in cui ci si sveglia. «Alla funzione statica di sostegno si aggiunge quella cinetica. E se qualcosa in questo equilibrio si altera, tutto può venire compromesso» avverte Caserta. «Le tante unità funzionali della colonna, dalle vertebre ai dischi, alle radici nervose, sono sovrapposte e il malfunzionamento di una sola produce un effetto a cascata». Da un punto di vista dinamico la spiegazione è chiara: il meccanismo in qualche modo si inceppa.

Ma come si arriva al mal di schiena, o ai mal di schiena, visto che sono tanti? «Le cause, a meno che il dolore non sia dovuto a un trauma, coinvolgono tutto l'individuo, non solo la sua colonna vertebrale. Alla base del problema è un modo di pensare, di percepire il mondo e di emozionarsi» afferma Gemma Martino, medico e psicoterapeuta, direttrice del Metis, Centro internazionale di studi e terapie per la salute della donna. «Siamo abituati a osservare e a dare sollievo al corpo per quel che fa vedere, non per quel che sta sotto. Nel caso del mal di schiena, è la micromuscolatura più profonda della colonna, quella interspinale che tiene insieme le vertebre, a essere connessa con le nostre emozioni». Un inconscio corporeo che corrisponde a quello psicologico. «La tensione a livello della schiena non riguarda solo anatomia e fisiologia, genetica, traumatologia: è anche il risultato del modo con cui percepiamo il mondo, ci relazioniamo e reagiamo a esso con occhi, orecchie, bocca, respiro, pelle; i piedi con cui camminiamo. Un circolo sapiente che si autoalimenta e lega il corpo alle emozioni, alla relazione con gli altri, alla percezione spaziale» aggiunge Martino.

Per questo non esiste un pronto rimedio per tutti? E dopo un intervento riuscito di ernia del disco il problema può ripresentarsi? «Il mal di schiena, a meno che non si svolga un lavoro pesante, non è mai un problema locale» risponde David. «Un po' come il mal di testa: non bastano gli analgesici, bisogna capire perché viene». Se oggi il fenomeno è sempre più precoce, le ragioni ci sono. E non è solo colpa dello zaino che i ragazzi portano in spalla. «I messaggi che arrivano alla struttura vertebrale sono molteplici. La fisiologia muscolare dipende anche dalla dieta: gli zuccheri servono per quella da scatto, gli acidi grassi polinsaturi omega 3 per quella da resistenza. Oggi un ragazzo eccede invece in zuccheri, con bibite e snack, e tende a non bere l'acqua utile per riequilibrare gli acidi lattici dei muscoli». E aggiunge: «Se l'intestino funziona bene, la schiena sta meglio. Il colon corrisponde a muscoli precisi e se si instaura un'anomalia, cambia l'atteggiamento posturale».

Il mal di schiena ha a che fare con tutto l'individuo e il suo stile di vita. C'è chi propone, come Caserta, di creare un'équipe multidisciplinare per affrontare i problemi di questa «struttura perfetta, ma fragile, forte e debole che deve conciliare parametri meccanici contraddittori: rigidità ed elasticità». Un'équipe con ortopedico, fisiatra, reumatologo, internista, endocrinologo, medico vascolare, neurologo, psicologo. Per prevenirlo occorre acquisire una consapevolezza profonda, «inconscia», del proprio corpo. «E il lavoro interdisciplinare dovrà comportare attenzione al modo di affrontare, consapevolmente e non, momenti di ansia e difficoltà in chi ha il sintomo, il mal di schiena» precisa Martino. Agire sulla dinamica delle variazioni posturali, partendo anche dalle percezioni emotive. «E curare la persona, se è disposta a rimettersi in gioco, non solo il sintomo» conclude David.

Gianna Milano